Quanti nuovi impianti di recupero sono necessari perché ogni regione possa smaltire i propri rifiuti? E dove vanno localizzati? Le stime del fabbisogno e la situazione nelle diverse regioni, compresi i riflessi sulle tariffe pagate dai cittadini.

L’intervento di Andrea Ballabio, Francesca Bellaera e Donato Berardi su Lavoce.info.

Un obiettivo del PNRR

All’interno di un quadro generale in rapido mutamento, una delle questioni da risolvere per il settore dei rifiuti è la codifica di una strategia efficace con cui individuare per quali rifiuti e in quali territori vi è un deficit impiantistico nel trattamento o nello smaltimento. Questi stessi territori sono anche quelli nei quali i cittadini pagano una tariffa più elevata per la gestione dei rifiuti.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha indicato tra i suoi obiettivi il superamento dei divari territoriali nella gestione dei rifiuti, con precisi indicatori di diffusione delle raccolte differenziate, di riduzione del numero delle discariche irregolari e dello smaltimento in discarica. L’Autorità di regolazione (Arera) ha stabilito che nei territori dove mancano gli impianti, quelli presenti possano essere “precettati” al servizio pubblico, chiamati a ricevere i rifiuti sulla base di provvedimenti amministrativi delle regioni in cambio di tariffe coerenti con i costi. Si tratta dei cosiddetti impianti “minimi”, dove per “minimo” si intende appunto un impianto essenziale, cioè necessario per assicurare che quella regione sia in grado di smaltire i propri rifiuti urbani.

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