La messa a sistema dei sottoprodotti potrebbe rappresentare la strada obbligata verso la transizione ecologica, facendo rientrare all’interno dei processi produttivi materie che finiscono al contrario per gravare come un fardello nella gestione dei rifiuti, con evidenti costi economici e socio-ambientali. Eppure il sistema produttivo italiano fa scarso ricorso ai sottoprodotti.
PIL e rifiuti speciali: alle origini del mancato disaccoppiamento
L’Italia è il Paese europeo dove la produzione di rifiuti è cresciuta di più (+21%), nonostante la riduzione del PIL (-8% tra il 2010 e il 2020). I dati evidenziano per il nostro Paese il mancato raggiungimento del disaccoppiamento tra il PIL e la produzione di rifiuti, con una differenza tra la crescita dei rifiuti prodotti dalle attività economiche e quella del PIL vicina al 30%. Francia e Germania al contrario, sono casi virtuosi, visto che la produzione di rifiuti è cresciuta meno del PIL.
Quali sono le cause? Considerato che una parte rilevante della maggiore intensità di produzione di rifiuti primari è nettamente riconducibile al tessuto manifatturiero domestico, l’andamento dell’indicatore potrebbe essere legato, oltre che all’efficienza dei processi anche allo scarso ricorso all’istituto dei sottoprodotti. Questi ultimi, infatti, non sono rifiuti, ma scarti di produzione (come sfridi, cascami o avanzi di processi produttivi) che possono essere gestiti come beni, quando soddisfano tutte le condizioni previste dall’Art. 184-bis del D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambiente), ovvero:
1) la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto;
2) è certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso processo di produzione o di uno stadio successivo, da parte del produttore o di terzi;
3) la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
4) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa tutti i requisiti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente, e non porta a impatti negativi sull’ambiente o sulla salute umana.
Se manca anche una sola delle condizioni sopra elencate, lo scarto di produzione rientra nella disciplina dei rifiuti.
Alla luce del quadro normativo vigente, l’aspetto cruciale della disciplina dei sottoprodotti è relativo alla “certezza dell’utilizzo” della sostanza o oggetto (Art. 5 del DM 264/2016). È, quindi, compito del produttore attivare sin dall’inizio della sua attività un ciclo produttivo capace di incanalare i residui quali i sottoprodotti all’interno dello stesso o di altro ciclo produttivo, attivando le necessarie forme di osmosi industriali. In quest’ottica, la messa a valore dei sottoprodotti appare prevalentemente il frutto di una sapiente pianificazione industriale, la cui importanza rischia di essere sottovalutata dalle imprese.






