La gestione del rifiuto organico è al centro di un accesso dibattito, tra mercato e prossimità. La chiave è sostituire la distanza geografica con indicatori oggettivi e misurabili di performance ambientale ed economica.
La componente organica del rifiuto urbano, data degli scarti alimentari (umido) e dal verde, è più di un terzo dei rifiuti urbani – circa 10 milioni di tonnellate all’anno, il 34,7% dei rifiuti urbani prodotti- e contribuisce per il 41,2% al tasso di riciclaggio del Paese. Il suo tasso di riciclaggio effettivo è dell’80,9%. Eppure, la sua gestione si trova oggi al centro di un paradosso: mentre dovrebbe trainarci verso gli obiettivi europei di economia circolare e decarbonizzazione, grazie al recupero di materia e alla produzione di combustibile rinnovabile, è al centro di un accesso dibattito, tra mercato e prossimità. Con il risultato che gli investimenti sono fermi.
Gli impegni europei: riciclaggio dei rifiuti urbani e produzione di carburanti rinnovabili
L’Europa ci chiede uno sforzo considerevole: entro il 2035 dovremo riciclare almeno il 65% dei rifiuti urbani e ridurre lo smaltimento in discarica al massimo al 10%. Tradotto in numeri concreti per l’Italia, significa ridurre il ricorso alla discarica di almeno 7 punti percentuali e di incrementare il tasso di riciclaggio di almeno 14 punti percentuali rispetto ai livelli attuali (50,8%). Un obiettivo ambizioso, ma non irraggiungibile, a condizione di gestire nel modo più efficace ed efficiente i rifiuti prodotti, massimizzando appunto il recupero di materia e la produzione di energia.






