Un’analisi della bozza di decreto sulla responsabilità estesa del produttore per i rifiuti tessili.

Il Piano d’azione europeo 2020 sull’economia circolare ha individuato nel tessile uno dei settori critici, ad elevato consumo di risorse ambientali e con un elevato potenziale di circolarità, in termini di rigenerazione, riparazione, riuso e recupero di scarti che possono diventare nuove materie prime per l’industria. Le ragioni di tale criticità vanno individuate sia dal lato del consumo e della produzione, essendo tra i settori più impattanti, sia dal lato del fine vita, ovvero della gestione dei rifiuti. Sotto il primo aspetto, basti ricordare che il tessile è il quarto settore per impiego di materie “primarie” e acqua (dopo alimentare, costruzioni e trasporti) e il quinto per emissioni di gas effetto serra (si veda il Position Paper n. 193).

Sotto il secondo aspetto, l’ultimo Report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente del 27 febbraio 2023, offre una prospettiva abbastanza chiara, dove le ragioni della cattiva gestione dei rifiuti tessili sono da ascrivere sia alle insufficienti e inadeguate raccolte differenziate sia alla mancanza di una filiera del recupero. Limiti di governance e industriali che alimentano l’esportazione di grandi quantità di scarti tessili verso l’estero. Negli ultimi vent’anni, infatti, l’esportazione di articoli tessili usati dall’Unione Europea è triplicata, passando dalle 550.000 tonnellate del 2000 alle quasi 1,7 milioni di tonnellate del 2019, anno nel quale abbiamo esportato la media di 3,8 chili di rifiuti tessili per ogni cittadino UE.

La Strategia europea per prodotti tessili sostenibili e circolari, pubblicata il 30 marzo 2022, fa esplicito riferimento all’opportunità di istituire schemi di responsabilità estesa del produttore, dall’inglese extended producer responsibility o EPR: uno strumento economico pensato per correggere i fallimenti di mercato in presenza di esternalità negative e comportamenti opportunistici. Nel nostro Paese questo percorso è già in fase avanzata, visto che a fine dicembre 2022, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha inviato a consultazione una Bozza di decreto che disciplina l’introduzione di uno Schema di EPR.

I rifiuti tessili, riflesso dell’importanza dell’industria italiana di settore

In Italia, il prossimo settore scelto come terreno di sperimentazione di un nuovo modello di EPR è quello tessile, terzo settore manifatturiero (dopo meccanica e automobilistica) che conta quasi 45.000 aziende attive sul territorio con 393.700 addetti. Secondo l’Osservatorio economico del ministero degli Affari Esteri, al 2020 le imprese del tessile erano oltre 11.000 (l’80% microimprese), con una propensione all’export del 44%, 107.000 occupati e un fatturato superiore ai 25 miliardi di euro (ISTAT 2022). I dati elaborati dall’Agenzia ICE per il 2021 mostrano che l’Italia è il secondo esportatore mondiale di articoli di abbigliamento dopo la Cina, seguito da India e Germania.

Allo stesso tempo, il nostro è anche un Paese che consuma molto tessile: nel 2018 la spesa per l’acquisto di capi di abbigliamento in Italia è stata di 52,4 miliardi di euro.

Secondo i dati più recenti dell’ISPRA, nell’ambito della gestione dei rifiuti urbani nel 2021 sono stati raccolti in maniera differenziata 154.200 tonnellate di rifiuti tessili, in lieve aumento rispetto agli anni precedenti, se si esclude il 2019 (il quantitativo totale aveva raggiunto quota 157.700 tonnellate). La parte preponderante della raccolta nell’ultimo anno (2021), più di 77.000 tonnellate, ha riguardato il Nord, seguito dal Sud (42,1 m/t) e dal Centro (34,9 m/t).

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