Il Recovery Fund è il più grande programma di infrastrutturazione europeo degli ultimi decenni. L’acqua e i rifiuti devono essere al centro di questo progetto, pienamente incardinati nella transizione verde e con chiari benefici per le future generazioni. Un ruolo nella governance degli interventi deve essere riconosciuto ad ARERA, autorità indipendente in grado di orientare gli investimenti verso le reali priorità e i bisogni.

Ripreso su Staffetta Acqua, Staffetta Rifiuti, Ricicla News, Greenreport.

Con L’Europa, per guardare al futuro investendo in sostenibilità e transizione verde

La pandemia da COVID-19 che ancora duramente colpisce il mondo, oltre ai drammatici riflessi sulla salute degli individui, lascerà pesanti strascichi sull’economia. Da mesi, i diversi Stati nazionali, a seconda delle proprie forze, cercano di limitare i danni con misure di aiuto alle categorie di lavoratori e settori produttivi più toccati dalla crisi. In Italia ciò è accaduto attraverso i così detti decreti “ristori”.

Tuttavia, un importante apporto a questa strategia di sostegno viene anche dall’Europa comunitaria con l’approvazione di un piano da 750 miliardi di euro pensato per favorire la ripresa degli Stati membri il cosiddetto Next Generation EU o NGEU. L’obiettivo di questo straordinario – “storico” se si vuole – pacchetto di aiuti è rilanciare le economie attraverso investimenti che abbiano le future generazioni come principali beneficiari. Da qui il nome.

Un nome di cui media e politici italiani non si servono quasi mai, preferendo parlare di Recovery Fund. Una denominazione quest’ultima che, oltre all’imprecisione, tradisce lo scopo dell’iniziativa europea che non è – per l’appunto – dare ascolto ad alcune esigenze di oggi, elargendo benefici (magari a pioggia…) ma creare migliori condizioni per i giovani di domani. Con investimenti, dunque, indirizzati alla costruzione di società ed economie sempre più sostenibili, resilienti e digitali. Strumento principale della NGEU è la Recovery and Resilience Facility (RRF), il programma dotato di maggiori risorse: 360 miliardi di prestiti e 312,5 miliardi a fondo perduto, per un ammontare complessivo pari a 672,5 miliardi di euro.

E in questo fiume di denaro lItalia, con 200 miliardi di euro previsti, risulta la principale destinataria del pacchetto europeo.

Si tratta, dunque, di un’occasione unica sia in termini generali, sia per quanto riguarda quegli ambiti di cui, come Laboratorio, abitualmente ci occupiamo. Infatti, il servizio idrico integrato e la gestione dei rifiuti, con i loro ritardi da colmare, rappresentano i candidati ideali del Piano che ciascuno Stato è chiamato ad intraprendere. Oltre a essere entrambi, luoghi di elezione per la realizzazione di sistemi economici finalmente circolari, in special modo in ambito urbano.

Non è un caso che nelle Raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate lo scorso maggio, il Consiglio Europeo chiedesse all’Italia di adottare nel 2020 e nel 2021 misure per migliorare il sistema idrico e quello dei rifiuti. D’altra parte, la stessa Presidente della Commissione von der Leyen ha confermato che una parte consistente del denaro (il 37%) dovrà essere speso in progetti legati agli obiettivi del Green Deal che guiderà le azioni di politica economica dell’UE, quanto meno fino al 2050.

Com’è noto dalle cronache quotidiane incentrate sul lungo e sfiancante dibattito sul modo di impiegare le risorse rese disponibili in sede comunitaria, ciascuno Stato è chiamato a redigere un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con l’indicazione di un pacchetto di progetti, investimenti pubblici e riforme coerenti con gli obiettivi. Essi dovranno conformarsi con i seguenti obiettivi: promuovere la coesione economica, sociale e territoriale; rafforzare la resilienza economica e sociale; mitigare l’impatto socio-economico della crisi; sostenere le transizioni verde e digitale.

Acqua e rifiuti: un Piano per un Paese moderno e sostenibile

Acqua e rifiuti: cosa è dunque previsto e cosa dovrebbe esserci nel Piano italiano? Benché, ad oggi, si abbia solo una bozza non ancora approvata dal Governo, un’idea di quali siano le linee d’intervento è possibile farsela.

Seguendo i principi già indicati dall’Europa, sono state, infatti, elaborate sei “missioni” o aree di intervento principali; tra di esse, una denominata Rivoluzione verde e transizione ecologica, annovera al suo interno le azioni riguardanti il settore idrico e quello dei rifiuti.

Il budget dedicato a questa missione ammonterebbe a poco meno di 69 miliardi di euro, di cui la parte più consistente è assegnata all’efficienza energetica e alla riqualificazione degli edifici. In precedenza, le risorse totali erano pari a 74 miliardi.

Entrando nello specifico, in materia di Economia Circolare e di gestione dei rifiuti, gli investimenti previsti interessano principalmente il riciclo e la fase della raccolta, oltre al sostegno a progetti di decarbonizzazione. A livello di riforme, rileva la Strategia nazionale per l’Economia Circolare, che dovrebbe definire una normativa ad hoc per la transizione ecologica e l’attuazione del Piano d’Azione Europeo per l’Economia Circolare.

Per quanto concerne, invece, la tutela del territorio e della risorsa idrica, tale componente intende assicurare la sicurezza dell’approvvigionamento idrico, a scopo idropotabile, irriguo e industriale, e ridurre la dispersione delle acque, garantire la gestione sostenibile della risorsa idrica lungo l’intero ciclo ed il miglioramento della qualità ambientale delle acque e prevenire e contrastare gli effetti del cambiamento climatico.

A tal proposito, il PNRR prospetta investimenti sulle infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico, sulle reti di distribuzione per ridurre le perdite e su fognatura e depurazione per superare le procedure di infrazione UE. Oltre ad un massiccio intervento per ridurre il rischio idrogeologico.

Circa le riforme, si insiste sulla necessità di semplificare il quadro normativo e rafforzare la governance del servizio idrico integrato, mirando anche alla piena attuazione degli affidamenti.

Affinché il PNRR possa essere per davvero lo strumento per rilanciare compiutamente il Paese e immaginando che il percorso realizzativo sarà tutt’altro che agevole, è molto auspicabile un coinvolgimento di ARERA nel ruolo di agevolatore nell’attuazione del Piano per i settori regolati.

Si tratta, innanzitutto, di valorizzare lexpertise maturata dall’Authority nelle aree di propria competenza, in termini di selezione e verifica delle condizioni per l’eleggibilità dei progetti, con un ruolo di validazione dello stato di avanzamento dei lavori, di monitoraggio dei costi e, in ultimo, di garanzia circa l’entrata in esercizio delle opere ai fini del riconoscimento in tariffa degli oneri e del rimborso dei prestiti ottenuti.

Un percorso in grado di fare emergere i reali fabbisogni, individuare le priorità ove concentrare l’azione delle risorse comunitarie, sia in termini di investimenti infrastrutturali, sia con riferimento alle necessarie riforme di accompagnamento, premiare i soggetti attuatori meritevoli, perché dotati di un track record positivo, documentato dalla compliance regolatoria e dalla capacità di realizzare gli interventi promessi.  

Ovviamente vi sono poi altri importanti investimenti, trasformazioni e riforme da attuare. La lista è lunga e corposa, oltre che i diversi punti da mettere in pratica noti da tempo. Uno fra tutti: il PNRR non sarà completo se non conterrà la madre di tutte le riforme ovvero una iniziativa di forte valenza nazionale per recuperare il divario accumulato dal Mezzogiorno, sia sul piano del servizio idrico (il cosiddetto Water Service Divide) sia sul versante della gestione dei rifiuti (con l’importante deficit impiantistico che caratterizza il Sud Italia).

Prima di tutto, però, occorre delineare una visione strategica ad ampio raggio che non appare emergere da quanto fatto sin qui, in particolare nel settore dei rifiuti. È necessaria, infatti, una programmazione, basata sulle reali esigenze e sui fabbisogni effettivi, aprendo il campo anche ad iniziative innovative che fungano da stimolo al miglioramento.

L’occasione per rimuovere alibi e ostacoli alla loro realizzazione è finalmente arrivata. Su molti versanti, compreso quello dell’opinione pubblica: mai prima d’ora, concetti come sostenibilità e transizione verde erano diventati prioritari per i cittadini italiani[1].

Subito dietro all’ammodernamento dell’infrastruttura ospedaliera e del Sistema Sanitario Nazionale, indicato come destinazione principale di spesa da oltre un italiano su due, i nostri connazionali vorrebbero che le risorse europee venissero impiegate per combattere il cambiamento climatico e tutelare l’ambiente (38%), realizzare gli impianti per riciclare i rifiuti (33%) e realizzare le fognature e i depuratori mancanti (31%).

Investire nell’ambiente è la strada maestra per rilanciare l’economia ed assicurare un futuro migliore alle prossime generazioni di cittadini europei. Generazioni future che – non possiamo dimenticare – saranno anche chiamate ad onorare i debiti accesi.


[1] Da quanto emerge dalla nostra indagine “Quanto vale lambiente?”, condotta tra luglio e ottobre 2020.