Cosa serve per rilanciare il ruolo del Mezzogiorno, a partire proprio dai temi ambientali, in primis dal ciclo dei rifiuti? Serve un progetto politico nuovo, improntato a un effettivo riformismo, che sappia essere endogeno, autonomo, sostenibile, partecipato e diffuso.

Ripreso su Staffetta Rifiuti e Greenreport.it.

Un estratto del presente lavoro è pubblicato in Rapporto Svimez 2020, “Il Green Deal nel Mezzogiorno: come trasformare il «ritardo» in una opportunità. Il caso dei rifiuti”, Capitolo XXV, il Mulino.

Un Green Deal per il Mezzogiorno? Partiamo dai rifiuti

Rilancio del Sud. Un tema ciclicamente al centro del dibattito politico e che, all’inizio di quest’anno, ha trovato nuovo slancio con l’annuncio di un ambizioso Piano di sviluppo al 2030 promosso dall’attuale esecutivo. Cuore della proposta? La transizione ecologica come elemento cardine sul quale fare leva per far ripartire l’economia nelle regioni del Sud: una sorta di Green Deal in salsa meridionalista.  

Il Piano è stato presentato come l’occasione di una grande opera di infrastrutturazione verde che prevedrebbe macro-azioni quali la mitigazione del rischio sismico e idrogeologico, un generico contenimento della produzione di rifiuti, un servizio idrico integrato efficiente e un uso razionale delle risorse naturali. Il presupposto è chiaro e condivisibile: non può esistere un’Italia sostenibile senza un Sud altrettanto sostenibile. Dando per scontato quanto sia necessario – per una volta – passare dalle dichiarazioni di principio alla costruzione di una strategia, è indubbio che l’adozione di uneconomia sempre più sostenibile possa generare positivi impatti sullo sviluppo.

Quindi, calando tutto questo nella realtà del Mezzogiorno italiano, andiamo a concentrarci, su uno degli elementi costitutivi dell’economia circolare, ovvero il ciclo dei rifiuti e la sua gestione.

Infatti, benché quasi assente dalle politiche sia a livello nazionale sia specificatamente pensate per il Sud (anche nel citato Piano 2030 vi si fa solo un accenno), quella della gestione dei rifiuti è un’attività di estrema rilevanza non solo per gli impatti visibili sul territorio, ma anche per le ricadute economiche più o meno positive che può generare a seconda di come viene governata. Specialmente sull’economia di un territorio come quello del nostro Mezzogiorno.

L’incontro o scontro tra l’arretratezza in cui versa il settore nelle regioni meridionali e gli obblighi legislativi che provengono dall’Unione europea in materia di modernizzazione ed efficientamento lo renderanno un ambito destinato a un forte mutamento e una robusta crescita.

Inoltre, un ciclo dei rifiuti (domestici e industriali) finalmente funzionante ed efficiente diverrà un elemento sempre più indispensabile al mantenimento di alti livelli di competitività dell’industria italiana sia in generale che meridionale.

La gestione dei rifiuti in Italia vale, infatti, circa 25 miliardi di euro lanno, valore che sale a 32 miliardi se includiamo la gestione delle acque reflue[1]. Risorse che il Sud perde non avendo approntato sino ad oggi una strategia, lasciata all’improvvisazione e alle discariche, che massimizzano i benefici privati e minimizzano quelli collettivi.

Guardando ai numeri, l’economia circolare dei rifiuti nel Mezzogiorno potrebbe mettere a valore, ogni anno, oltre 43 milioni di tonnellate di rifiuti, 33,4 di origine non domestica e quasi 10 di origine domestica e assimilata (Dati Ispra, 2019-2020). Solo per questi ultimi si stima una produzione pro capite che sfiora i 450 kg, circa 50 kg sotto la media nazionale. Seppure rappresentino un mercato importante, ancora oggi al Sud vengono mandati in discarica circa 4,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani.

Numeri importanti che non fanno che confermare uno fra i principali limiti del Mezzogiorno in fatto di gestione dei rifiuti, cioè la strutturale mancanza di impianti. La somma dei deficit di smaltimento e avvio a recupero di Campania, Sicilia, Abruzzo e Basilicata ammonta a quasi 2 milioni di tonnellate/anno. La gravità si evince dal fatto che in queste regioni matura circa il 40% del deficit complessivo delle regioni italiane.

Non solo. La frattura con il resto di Italia (Nord, in particolare) è ancora più grave se si guarda ai tassi di raccolta. Se nelle regioni settentrionali, infatti, la differenziata nel 2018 si è attestata al 67,7%, in quelle meridionali si è fermata a poco più del 46%, con 207 kg di raccolta pro capite.

Accanto agli urbani,nel Mezzogiorno sono stati prodotti, sempre nel 2018, oltre 33 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, il 23,3% del totale nazionale, con una produzione che continua a crescere: nell’ultimo anno l’incremento è stato di 574mila tonnellate (+1,7%). Una carenza il cui peso maggiore grava proprio sulle imprese di queste aree e, di conseguenza, sulla loro competitività.

Poca programmazione e deficit impiantistico: la situazione nelle regioni del Sud

Programmare, progettare, investire, costruire. Il recepimento del Pacchetto Economia Circolare ci impone di portare sotto il 10% lo smaltimento in discarica di rifiuti urbani entro il 2035. Mentre nelle regioni del Sud questa percentuale è ben al di sopra del target indicato.

Il dato che più di tutti dovrebbe essere preso in considerazione dai decisori pubblici e dai pianificatori regionali è quello relativo a quattro regioni del Mezzogiorno, Campania, Sicilia, Abruzzo e Basilicata. La somma dei deficit di smaltimento e avvio a recupero di queste zone è quantificata in quasi 2 milioni di tonnellate/anno, il che significa circa il 40% del deficit complessivo di tutte le regioni italiane. Nella sola Campania – storicamente deficitaria nella gestione dei rifiuti – si registra una carenza impiantistica di oltre 1,2 milioni di tonnellate (anno 2018). Peggio solo una regione del Centro, il Lazio, con 1,3 milioni di tonnellate/anno.  Un dato negativo mitigato a livello nazionale dai surplus di alcune regioni come la Lombardia, dotate di un dimensionamento impiantistico adeguato all’assorbimento dei rifiuti prodotti e di un’extra-capacità che può essere messa a disposizione dei territori in difficoltà.

Ma non solo. Le carenze impiantistiche possono essere misurate anche sulle frazioni destinate al recupero di materia (o di energia) come, ad esempio, i rifiuti organici. Un indicatore della bassa efficienza del sistema è quello che rileva la quantità di rifiuti “esportata” in altre regioni italiane. Nel 2018, in Italia sono state movimentate 1,67 milioni di tonnellate di rifiuto organico proveniente dalla raccolta differenziata. Di questi, il 36% proviene dalle regioni del Mezzogiorno, con la Campania, che detiene il primato dell’export extraregionale: 475 mila tonnellate, pari al 29% del totale nazionale.

Altro indicatore che deve far riflettere sull’efficacia della gestione dei rifiuti nel nostro Paese è rappresentato dalle importanti quantità di rifiuti urbani biodegradabili (i RUB) che, per mancanza di impianti, vengono impropriamente smaltiti in discarica. Dai dati Ispra 2018, si scopre che ciò è accaduto per circa 3,9 milioni di tonnellate di RUB, di cui il 50% è stato portato nelle discariche del Mezzogiorno.

Non è differente la situazione riguardante i cosiddetti fanghi di depurazione, originati – appunto – dalle attività di depurazione delle acque reflue urbane.  Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2018 il Sud Italia ha prodotto complessivamente 638.239 tonnellate di fanghi provenienti dal trattamento delle acque, pari al 20% di quanto prodotto nel nostro Paese. Nello stesso anno, i fanghi gestiti nel Mezzogiorno ammontavano a 472.254 tonnellate, con un deficit complessivo di trattamento di quasi 166mila tonnellate. Ancora una volta la Campania vive la situazione più critica: sulle circa 146mila tonnellate di fanghi prodotte ne sono state gestite 23mila (2018).

Non va poi dimenticato un altro fenomeno, anch’esso indicativo della criticità della situazione: quello delle esportazioni di rifiuti oltreconfine. Anche in questo caso emerge (sempre dati Ispra) come nel 2018 siano stati trasferite all’estero circa 465mila tonnellate di rifiuti urbani, di cui 170mila provenienti dalle regioni del Mezzogiorno.

Per quanto riguarda i rifiuti speciali, nel 2018, sono stati esportate dalle regioni del Sud circa 433mila tonnellate di rifiuti, a fronte di 102 mila tonnellate importate dall’estero. Si tratta di un dato contenuto rispetto ai 3,5 milioni di tonnellate esportate dall’Italia, ma che deve essere contestualizzato rispetto al fatto che gran parte degli scambi avviene fra le regioni del Nord Italia e i Paesi confinanti, secondo una logica di prossimità che viene meno nel caso del Mezzogiorno, in ragione della sua collocazione geografica.

Guardando a rifiuti urbani e speciali nel complesso, la bilancia commerciale del Sud Italia si chiude in passivo di circa 460mila tonnellate di rifiuti, con un’esportazione complessiva di 603mila tonnellate destinate oltre confine e quindi esentate dal principio di prossimità che dovrebbe guidare i Paesi membri nella gestione dei rifiuti prodotti. Di queste, 341mila tonnellate sono rifiuti speciali non pericolosi, 92mila rifiuti speciali pericolosi e 170mila rifiuti urbani.

La gestione dei rifiuti all’interno di un quadro di rinnovamento complessivo

Secondo l’Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), tra il 1951 e il 1998 sono stati spesi 324 miliardi di euro per le regioni del Sud Italia. Molto denaro che, purtroppo, non è servito a rendere questo territorio realmente artefice del proprio destino. Infatti, non solo il divario con il resto della nazione non si è assottigliato, ma, al contrario, ha continuato ad allargarsi, com’è accaduto negli ultimi dieci anni.

Nel 2019 il PIL dell’Italia era inferiore del 4% rispetto ai valori del 2007, con una distanza dell’1% per le regioni del Nord, del 6% per quelle del Centro, del 10% per quelle del Mezzogiorno. La maggior parte delle regioni meridionali presenta ancora oggi un PIL pro capite pari a circa metà di quello della Lombardia: il Mezzogiorno, con 18,5mila euro di PIL pro capite è poco più di metà di quello delle regioni del Nord.

Dunque, per promuovere il cambiamento serve un progetto politico nuovo, sin dalle fondamenta, improntato a un effettivo riformismo, che sappia essere endogeno, autonomo, sostenibile, partecipato e diffuso.

Nessun nuovo Piano di rilancio del Mezzogiorno, soprattutto nel campo dell’economia circolare, può fare a meno di un rinnovamento del quadro istituzionale in senso lato. Per dire che non è solo un tema di investimenti, risorse economiche e/o di buone leggi ma, soprattutto, di qualità del contesto socio-istituzionale, che va potenziato e nutrito, anche dalle politiche pubbliche.

Questo in generale. Ma siccome questa nostra riflessione si è concentrata sulla gestione dei rifiuti, come elemento di rilancio del Sud, quali sono le azioni da compiere per arrivare a un vero cambiamento?

In sintesi esse possono essere:

  • l’elaborazione e l’attuazione di Piani strategici regionali e per macro-aree tarati sulle reali esigenze e non su approcci ideologici e/o prettamente teorici;
  • la creazione di una rete impiantistica destinata alla chiusura e valorizzazione del ciclo dei rifiuti, rete concepita all’interno di una logica di sistema (sia sul fronte della domanda che dell’offerta, partendo dalla consapevolezza che la gestione dei rifiuti è essa stessa una delle principali fonti di produzione di rifiuti, più del 26%);
  • simbiosi industriale e articolazione di poli industriali per filiere di scarti/materie all’insegna della sostenibilità, capace di eliminare strozzature e diseconomie;
  • l’implementazione della catena del valore con la creazione e il sostegno di mercati dedicati (altrimenti il rischio è che una crescita della raccolta differenziata, con l’aumento dell’offerta, porti a una riduzione dei prezzi delle materie prime seconde, quindi disincentivando la stessa differenziata); sotto questo aspetto l’applicazione concreta del Green public procurement (GPP), cioè i cosiddetti acquisti verdi da parte della PA, potrebbe giocare un ruolo importante;
  • il miglioramento della tracciabilità e trasparenza delle filiere (migliore antidoto all’ecomafia e al malaffare);
  • l’introduzione di politiche di sostegno al capitale sociale e ai network sociali.

Una vera nuova era di rilancio economico e sociale passa dalle risorse locali e da un modello che trae la propria forza dall’interno, seppure in simbiosi con il resto del Paese e con un baricentro molto più allargato.


[1] Per un approfondimento si rimanda al Contributo n.143 “Gestione dei rifiuti: per le imprese costi in aumento”, del Laboratorio REF Ricerche, febbraio 2020.