Il presente lavoro analizza l’applicazione degli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) da parte dei gestori idrici industriali del nostro paese nel loro primo anno di vigenza, il 2024. Ne emerge un quadro in gran parte positivo. Tra le 16 gestioni che si sono misurate con la nuova disciplina si rintracciano numerose buone pratiche in termini di politiche, azioni e obiettivi. Non mancano gli spazi di miglioramento. La mappatura può costituire un utile supporto per l’adozione dei nuovi standard europei di rendicontazione da parte di soggetti obbligati o che intendano abbracciare il nuovo paradigma su base volontaria.

Il 2024 ha segnato una svolta per la trasparenza ambientale e sociale delle imprese europee, rappresentando il primo anno di attuazione della CSRD e della rendicontazione di sostenibilità secondo gli standard ESRS (European Sustainability Reporting Standard). Questo periodo funge quindi da anno base per l’analisi delle informazioni divulgate. Considerate le significative novità introdotte dai nuovi standard, diventa fondamentale valutare i risultati raggiunti e individuare le criticità emerse. Per le utilities del servizio idrico integrato italiano, questo primo anno ha rappresentato una sfida particolare, sia per la mole di dati da raccogliere e verificare, sia per la complessità delle informazioni richieste. Un’indagine condotta su 16 tra i principali gestori idrici italiani – di cui 7 mono-utility specializzate e 9 multi-utility attive anche nei settori dell’energia e dell’ambiente – ha fotografato questo debutto: un quadro complessivamente positivo, con evidenti margini di crescita e alcune aree critiche ancora da consolidare. Delle 16 società analizzate, dieci hanno rendicontato in conformità ai nuovi standard europei per obbligo normativo mentre sei lo hanno fatto volontariamente, un segnale di un settore che vuole anticipare i tempi e costruire credibilità verso stakeholder sempre più esigenti.

Nuovi standard, vecchie e nuove priorità: cosa hanno rendicontato le utilities

Il cuore della novità introdotta dagli ESRS sta nella cosiddetta “doppia materialità”: le aziende devono analizzare sia come le loro attività impattano sull’ambiente, sulla società, sia come questioni ambientali, sociali e di governance creano rischi o opportunità con effetti economico-finanziari per l’impresa stessa. È un cambio di paradigma profondo: la sostenibilità diventa parte integrante della strategia aziendale e della valutazione del rischio d’impresa.

Gli ESRS articolano la rendicontazione attorno a temi specifici: cinque ambientali (Cambiamenti climatici E1, Inquinamento E2, Acque e risorse marine E3, Biodiversità E4, Economia circolare E5), quattro sociali (Forza lavoro propria S1, Lavoratori nella catena del valore S2, Comunità interessate S3, Consumatori e utilizzatori finali S4) e uno di governance (Condotta d’impresa G1). Dopo aver identificato impatti, rischi e opportunità (IRO) rilevanti, per ciascun tema materiale le aziende devono descrivere politiche, azioni e obiettivi, e fornire metriche quantitative di performance. Un altro elemento distintivo è l’estensione del perimetro lungo tutta la catena del valore: occorre mappare gli impatti generati dai fornitori a monte e dai clienti a valle.

L’analisi delle rendicontazioni rivela una sostanziale convergenza nelle priorità. Tutti i 16 gestori hanno classificato come materiali i temi relativi a Cambiamenti climatici (E1), Inquinamento (E2), Acque e risorse marine (E3), Economia circolare (E5), Forza lavoro propria (S1), Consumatori e utilizzatori finali (S4) e Condotta d’impresa (G1). Seguono Comunità interessate (S3) (94%) e Lavoratori nella catena del valore (S2) (88%). C’è però un’evidente lacuna: la Biodiversità (E4). Solo il 63% delle società ha classificato questo tema come materiale, e raramente lo ha approfondito con intensità, evidenziando la necessità di una maggiore integrazione del tema a livello aziendale. L’81% delle società ha specificato i sottotemi rilevanti: sul versante ambientale tutti hanno incluso adattamento e mitigazione climatica, energia (E1), inquinamento delle acque (E2) e acque (E3), mentre oltre il 90% ha rendicontato su rifiuti (E5). In ambito sociale sono universalmente presenti condizioni di lavoro (S1 e S2), parità di trattamento e di opportunità per tutti (S1), diritti economici, sociali e culturali delle comunità (S3) e impatti legati alle informazioni per i consumatori e/o per gli utilizzatori finali (S4). Per la governance, cultura d’impresa è prioritaria per tutti, seguita da corruzione attiva e passiva e gestione dei rapporti con i fornitori, comprese le prassi di pagamento.

L’identificazione degli impatti, rischi e opportunità rappresenta il nucleo dell’analisi di materialità. In media, le utilities hanno identificato 76 IRO materiali ciascuna: 18% Forza lavoro propria (S1), 16% Cambiamenti climatici (E1), 12% Consumatori e utilizzatori finali (S4), 11% Condotta d’impresa (G1). La Biodiversità (E4) si ferma all’1%. Solo il 44% delle società ha collegato gli IRO ai sottotemi previsti dagli standard, mentre il restante 56% si è limitato ad associarli ai temi principali.

L’analisi mostra pattern interessanti: su Cambiamenti climatici (E1) emerge equilibrio tra impatti positivi e negativi, con una leggera prevalenza dei rischi e opportunità rispetto agli impatti generati. Su Inquinamento (E2), Acque e risorse marine (E3) e Biodiversità (E4) prevalgono impatti negativi e rischi, mentre Economia circolare (E5) mostra una prevalenza di impatti positivi e opportunità grazie, ad esempio, ad iniziative di recupero dei fanghi e riuso delle acque reflue. Sul piano sociale, in Forza lavoro propria (S1) prevalgono impatti positivi legati a benessere, mentre per Lavoratori nella catena del valore (S2) dominano impatti negativi, soprattutto in relazione alle questioni di salute e sicurezza.

Per quanto riguarda la rendicontazione degli stakeholder, tutte le società considerano Comuni soci e azionisti come stakeholder primari; seguono dipendenti e lavoratori, enti pubblici e istituzioni, istituti bancari e finanziatori, utenti e clienti, comunità locale e fornitori. Le modalità di coinvolgimento variano: assemblee per i soci, comunicazioni interne per i lavoratori, mentre social e sito web restano i principali strumenti di dialogo con le Associazioni di settore, di categoria e dei consumatori e con gli utenti.

Difficoltà operative, phase-in e la rendicontazione delle PAT: il primo anno tra ostacoli e maturità

Il 2024 è stato un anno di rodaggio. Il legislatore europeo aveva previsto il “phase-in“: un meccanismo che consente di omettere temporaneamente informazioni particolarmente complesse. Tutte le dieci società soggette a obbligo li hanno utilizzato tale strumento, concentrando le omissioni su aspetti tecnici onerosi. Si tratta di mappare l’esposizione delle infrastrutture ai rischi climatici acuti e cronici, localizzare gli asset a rischio e classificare gli immobili per efficienza energetica. Per utilities con migliaia di chilometri di reti e decine di impianti, questa operazione richiede competenze specialistiche, modelli climatici avanzati e banche dati integrate. Sul fronte sociale, il 40% ha applicato phase-in alle metriche di salute e sicurezza, il 20% ai lavoratori non dipendenti, il 10% alla contrattazione collettiva.

Il contesto normativo sta evolvendo in senso semplificativo. La Direttiva “Stop the clock” ha rinviato di due anni l’entrata in vigore degli obblighi di rendicontazione per le imprese di minori dimensioni, proponendo anche la riduzione della pressione sulla catena del valore. Il “Quick Fix” prevede misure temporanee di semplificazione per le imprese di maggiori dimensioni, consentendo un’applicazione graduale di alcuni obblighi informativi. È inoltre in corso una revisione degli standard per ridurre gli oneri. L’EFRAG sta cercando un equilibrio tra ambizione informativa e fattibilità operativa.

Se sulla misurazione quantitativa le difficoltà sono evidenti, sul versante strategico le utilities mostrano maturità notevole. Tutte hanno adottato politiche su Condotta delle aziende (G1) e la quasi totalità anche su Inquinamento (E2), Economia circolare (E5), Forza lavoro propria (S1) e Consumatori e utilizzatori finali (S4). La Biodiversità (E4) conferma il suo status critico: solo il 31% dispone di politiche specifiche, a dimostrazione di una limitata maturità sul tema. In molti casi le aziende fanno riferimento a politiche trasversali integrate ambiente-qualità-sicurezza, ma sarebbe preferibile la rendicontazione di policy mirate per ciascun tema materiale laddove disponibili.

Sul piano operativo, tutte le società hanno rendicontato azioni per Cambiamenti climatici (E1), Acque e risorse marine (E3), Forza lavoro propria (S1) e Consumatori e utilizzatori finali (S4). Per quanto riguarda S1, le più frequenti riguardano welfare aziendale e qualità della vita lavorativa, ma emergono anche iniziative innovative su diversità e inclusione: linguaggio inclusivo, formazione, progetti per inserimento di persone con disabilità. Per quanto riguarda i temi ambientali, le aziende del settore hanno rendicontato numerose azioni coerenti con le peculiarità del servizio idrico, in particolare in relazione all’adeguamento alla normativa vigente e agli indicatori ARERA. È emerso che azioni simili sono state associate a principi tematici differenti, in base alla sensibilità e all’approccio adottato dalle diverse aziende, soprattutto con riferimento ai macrotemi Inquinamento (E2) e Acque e risorse marine (E3).

Per quanto riguarda gli obiettivi, l’88% delle aziende ne ha fissati per Inquinamento (E2), Acque e risorse marine (E3) e Forza lavoro propria (S1), mentre solo il 19% per Biodiversità (E4). La maggior parte ha definito target quantitativi con orizzonti temporali precisi, spesso coerenti con la regolazione ARERA. In tema climatico, l’81% ha rendicontato obiettivi di mitigazione ed energia, ma solo il 38% sull’adattamento, rivelando una lacuna strategica significativa per infrastrutture esposte a rischi climatici crescenti.

Gli effetti finanziari e la catena del valore: le nuove frontiere della rendicontazione

La rendicontazione degli effetti finanziari rappresenta l’area meno matura. Gli standard richiedono di quantificare le implicazioni economiche dei rischi e opportunità di sostenibilità, attuali e attesi. I risultati sono eloquenti: solo il 44% delle aziende ha divulgato effetti finanziari attuali su Inquinamento (E2), appena il 13% su Biodiversità (E4). Si tratta quasi sempre di informazioni qualitative: descrizioni metodologiche e dichiarazioni di assenza di effetti rilevanti, raramente cifre monetarie. Solo il 13% ha fornito dati numerici su Inquinamento (E2) e il 6% su Cambiamenti climatici (E1), Acque e risorse marine (E3) ed Economia circolare (E5); nessuna ha quantificato gli impatti su Biodiversità (E4). Un’unica azienda ha esteso la rendicontazione alle questioni sociali. Per gli effetti finanziari attesi la situazione è più critica: quasi tutte hanno omesso queste informazioni usando il phase-in, con una sola azienda che ha fornito stime quantitative per Cambiamenti climatici (E1) e Inquinamento (E2).

Le difficoltà derivano da metodologie non standardizzate per la valutazione economica, sistemi informativi non integrati tra dati di sostenibilità e finanziari, e carenza di competenze interdisciplinari. Il “Quick Fix” ha esteso fino al 2026 la possibilità di applicazione graduale di alcuni obblighi informativi e, nello specifico, di omettere la rendicontazione degli effetti finanziari attesi. Nei prossimi anni sarà necessario investire in strumenti di analisi per trasformare la valutazione economica della sostenibilità da obbligo normativo a leva strategica.

La rendicontazione lungo la catena del valore richiede informazioni relative all’intero ciclo di vita. Tutte le società hanno fornito informazioni con dettagli variabili, la maggior parte ha mappato le attività upstream e downstream. Alcune organizzazioni hanno presentato la struttura della propria catena del valore in formato tabellare; altre hanno privilegiato l’uso di rappresentazioni visive, come grafici e immagini e altre hanno adottato un approccio più descrittivo.

La proposta di semplificazione della CSRD introduce un “value chain cap“: imprese sotto i 1.000 dipendenti potrebbero applicare uno standard volontario, limitando così la quantità di informazioni che le aziende soggette alla CSRD potranno richiedere ai propri fornitori, riducendo gli oneri per le PMI.

Conclusioni

Il primo anno di rendicontazione con gli ESRS nel settore idrico italiano si chiude con un bilancio positivo. Le utilities hanno dimostrato mediamente una buona capacità di adeguamento a un framework complesso, mostrando maturità nell’identificazione dei temi e degli impatti, rischi e opportunità (IRO) materiali, nel coinvolgimento degli stakeholder e nella rendicontazione di politiche, azioni e obiettivi. Per quanto riguarda i temi materiali, la quasi totalità ha riconosciuto come prioritari quelli ambientali e sociali connessi al proprio business, quali Comunità interessate (S3) e Consumatori e utilizzatori finali (S4), dimostrando comprensione realistica delle proprie responsabilità.

La rendicontazione degli IRO evidenzia un buon livello di approfondimento e un numero rilevante di temi individuati. Tuttavia, l’associazione ai sottotemi non risulta ancora sistematica. Un miglioramento in tal senso favorirebbe una comprensione più chiara per i lettori e renderebbe gli IRO un punto di partenza più solido per le future azioni aziendali.

La misurazione degli effetti finanziari è embrionale, con rendicontazioni prevalentemente qualitative. Per quanto riguarda politiche, azioni e obiettivi, le società analizzate hanno complessivamente registrato buone performance. Tuttavia, permangono criticità. Il tema della Biodiversità (E4) resta trascurato, sia nella rendicontazione delle politiche adottate sia delle azioni implementate: lacuna preoccupante considerati gli effetti ambientali riconducibili alle attività del settore.

La buona notizia è che nei prossimi anni le rendicontazioni sono destinate a migliorare, grazie al consolidamento dei processi e alla semplificazione degli ESRS avviata dalla Commissione Europea. Questo intervento punta a rendere la rendicontazione più accessibile e proporzionata, riducendo oneri e informazioni superflui o ridondanti.