Per mitigare i rischi climatici fisici e di transizione, la Commissione Europea, nel 2018 ha pubblicato l’Action plan on financing sustainable growth” in cui ha delineato dieci linee di intervento per creare un’economia sostenibile attraverso il riorientamento dei capitali. Nel presente Position Paper si analizzano gli elementi derivati che potranno avere un impatto rilevante sul sistema bancario in un futuro breve: Tassonomia EU, Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR). Dal punto di vista della vigilanza, sia la BI che la BCE stanno sviluppando metodologie di stress test ai rischi climatici e ambientali per valutare il grado di allineamento delle banche rispetto alle linee guida della BCE. Gli sviluppi futuri che le banche si dovranno attendere sul piano regolamentare e di vigilanza riguardano le linee guide per l’incorporazione dei rischi ESG, l’armonizzazione delle metodologie per gli stress test e il framework per il trattamento potenziale di tali rischi.

1. Clima e finanza

Nel 2015, con la firma dell’accordo di Parigi e la sottoscrizione dell’agenda della Nazioni Unite per uno sviluppo sostenibile al 2030, diversi Governi si sono impegnati a sviluppare e implementare politiche volte a combattere il cambiamento climatico. Il climate change, infatti, non ha solo risvolti legati alle potenziali conseguenze in termini di biodiversità e qualità della vita, così come descritto nei report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), ma investe anche il settore finanziario. A partire dal 2020 la Banca Centrale Europea, di concerto con le altre istituzioni comunitarie ha iniziato un percorso di analisi dei rischi climatici e di determinazione di metodologie per la quantificazione e la gestione degli stessi.

Ma di quali tipologie sono questi rischi? Ne sono state individuate due: i rischi fisici e i rischi di transizione. Per rischi fisici si intendono tutti quelli legati alle conseguenze del cambiamento climatico sull’ attività umana, tra cui gli impatti sul sistema finanziario. Essi includono eventi repentini ed estremi e cambiamenti “graduali” nel clima, come il degrado ambientale di aria e acqua dovuto all’inquinamento e la perdita della biodiversità. Per rischi di transizione si intendono invece quelli legati alle conseguenze delle azioni volte a combattere il cambiamento climatico. Presentano sempre entrambi i risvolti: possono infatti determinare benefici netti per quelle aree/quelle imprese in grado di sfruttarne gli effetti, mentre hanno conseguenze negative per i contesti che subiscono passivamente tali rischi. Tipicamente i rischi di transizione sono connessi all’evoluzione delle politiche ambientali, al progresso tecnologico e al cambiamento delle preferenze di consumo.

Cosa c’entrano le banche e la finanza? Famiglie, imprese e Stati: tramite tali canali di trasmissione si determinano pericoli potenzialmente elevati per il settore, in termini di rischio di credito, di mercato, di liquidità e operativo.

L’emergere di tali situazioni e la volontà di implementare strategie in grado di contrastare cause ed effetti ha portato l’Unione Europea a implementare una strategia complessiva volta a rendere l’economia e la finanza dei Paesi aderenti sostenibile dal punto di vista ambientale. Le iniziative legislative che si sono susseguite nell’ultimo quinquennio hanno come obiettivo comune l’implementazione di strategie in grado di mitigare e di adattarsi al cambiamento climatico. La convinzione è che per conseguire tali obiettivi una delle leve fondamentali sia il settore finanziario, attraverso il riorientamento di investimenti e finanziamenti verso iniziative che, per l’appunto, siano in grado di perseguire mitigazione e adattamento.

In questa direzione va considerata la pubblicazione, nel 2018, dell’Action plan on financing sustainable growth nel quale la Commissione Europea ha delineato dieci linee di intervento per creare un’economia sostenibile. Tra le azioni vi sono: il riorientamento dei capitali (prime 5 linee di intervento), l’inclusione della sostenibilità nei processi di risk management (punti 6, 7 e 8) e incentivazione della trasparenza e di un’ottica di lungo termine nelle decisioni finanziarie (punti 9 e 10). Da ogni linea di intervento sono scaturiti in questi anni proposte di regolamento, atti delegati e studi di impatto che hanno determinato differenti stadi di attuazione e implementazione di ogni singolo elemento.

Tra i diversi provvedimenti che contribuiscono alla costruzione di una finanza sostenibile, ve ne sono tre in fase avanzata di adozione che avranno, nel prossimo futuro, un impatto rilevante sul sistema bancario: la Tassonomia EU, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CRSD) e la Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR).

2. Le linee guida della BCE e della Banca d’Italia

Uno dei pilastri dell’Action Plan della Commissione UE è l’introduzione di fattori ambientali nelle regole di calcolo del capitale di vigilanza di banche e assicurazioni. Nel solco di tale strategia, nel novembre 2020, la BCE ha emanato una Guida sui rischi climatici e ambientali, in cui ha delineato le sue aspettative di vigilanza in materia di gestione e di rendicontazione dei rischi climatici e ambientali. La Guida BCE non è formalmente un documento vincolante per le banche, ma nella sostanza fornisce gli standard a cui le banche si devono allineare, poiché sono la base del “dialogo di vigilanza”. Per le banche significative vi sono i Joint Supervisory Teams (JSTs) a verificare l’allineamento delle banche stesse ai criteri delineati nella Guida BCE. Per le altre banche, le Banche Centrali Nazionali (BCN) sono chiamate ad applicare gli stessi criteri, seppure rispettando il principio di proporzionalità. La Banca d’Italia ha dato seguito a questo mandato e ha emanato le sue Aspettative di vigilanza che ricalcano i principi introdotti con la Guida Bce.

L’approccio della Bce parte da una mappatura dei rischi climatici e ambientali nei rischi tipici dell’attività bancaria. Da essa è possibile identificare una corrispondenza tra le diverse fonti di rischio climatico/ambientale, suddivise tra rischi fisici e di transizione, e i rischi che vengono tradizionalmente identificati nell’attività bancaria: rischio di credito, rischio di mercato, rischio operativo, rischio di liquidità, ecc. Nel complesso, la Guida BCE richiede alle banche uno sforzo organizzativo notevole. Essa abbraccia diverse aree: la strategia, la governance, l’organizzazione aziendale, la misurazione e la gestione dei rischi, la rendicontazione non-finanziaria. Le aspettative della BCE richiedono alle banche di adeguare tutta la loro struttura organizzativa e i loro processi decisionali in modo tale da tenere conto dei fattori climatici e ambientali. L’adeguamento alle indicazioni contenute nella Guida è un processo lungo e laborioso, che investe in profondità l’attività degli intermediari creditizi (per una trattazione più approfondita si rimanda al Position Paper nella sua long version).

Vi sono poi le Aspettative BI, che seguono la stessa impostazione della Guida BCE, fornendo linee-guida secondo le quali le banche sono invitate ad incorporare i rischi climatici e ambientali nelle diverse aree: governance, modello di business e strategia, organizzazione aziendale e processi operativi, gestione dei rischi, informativa non finanziaria. Le Aspettative sono rivolte alle banche meno significative e agli intermediari non bancari (quali: SIM, SGR, SICAV), secondo un principio di proporzionalità: il grado di allineamento alle linee-guida, che viene valutato nel dialogo di vigilanza con la BI, deve rispecchiare la dimensione e la complessità organizzativa di ciascun intermediario, oltre che il tipo di attività svolta.

3. L’allineamento del sistema bancario: la Thematic Review BCE e la survey BI

Nel novembre 2022, la BCE ha reso noti i risultati della Thematic Review (TR) condotta nei mesi precedenti dalla BCE stessa in collaborazione con le autorità nazionali, finalizzata a valutare il grado di allineamento del sistema bancario rispetto alle aspettative di vigilanza (da 1 a 10) contenute nella Guida BCE di cui sopra. L’indagine ha coinvolto 186 banche (con 25 trilioni di asset complessivi), di cui 107 istituzioni significative.

  1. Con l’occasione, la BCE ha precisato la tabella di marcia con la quale si attende che il sistema bancario si adegui alle sue linee-guida, individuando le seguenti tre fasi: Marzo 2023. Materiality assesment: le banche devono essere in grado di valutare la rilevanza dei diversi fattori di rischio climatico e ambientale per il loro modello di business.
  2. Fine 2023. Risk management: le banche devono includere i rischi climatici e ambientali nel loro sistema di gestione del rischio (di credito, di mercato, di liquidità e operativo).
  3. Fine 2024. Allineamento completo: le banche devono essere allineate con tutte le aspettative di vigilanza relative ai rischi climatici e ambientali, inclusa la capacità di effettuare stress test e di incorporare tali rischi nel processo ICAAP.

A valle della TR, 30 istituzioni significative hanno ricevuto rilievi di tipo qualitativo da parte della BCE all’interno della valutazione SREP 2022, con conseguente richiesta di un piano di adeguamento. Esempi di rilievi qualitativi sono: a) non avere allocato responsabilità precise, relative ai rischi climatici e ambientali, nella governance della banca; b) non avere effettuato un materiality assesment di tali rischi sufficientemente completo. Per alcune istituzioni, la TR ha avuto un impatto sul punteggio SREP e sulla richiesta di capitale aggiuntivo

Al di là dei rilievi fatti alle singole istituzioni, la TR prende atto di un generale miglioramento del sistema bancario nell’affrontare i rischi climatici e ambientali. Oltre l’80% delle banche coinvolte nella valutazione riconosce che tali rischi possono avere un impatto rilevante (material impact) sul loro profilo di rischio e sulla loro strategia. Oltre l’85% delle banche ha adottato pratiche organizzative quali: la mappatura delle esposizioni, l’allocazione delle responsabilità, la costruzione di indicatori di performance (KPI). Tuttavia, rimangono significative aree di debolezza e ritardi nell’adeguamento alle linee-guida della vigilanza. La maggiore preoccupazione risiede nella limitata capacità di realizzare le policies individuate a livello strategico: questo problema riguarda più della metà del campione esaminato. Ad esempio, gli indicatori di performance (KPI) e di rischio (KRI) individuati non vengono poi applicati nelle decisioni di concessione del credito e di monitoraggio delle esposizioni.

Per quanto riguarda la gestione del rischio, quasi tutte le banche esaminate si sono dotate di metodi per quantificare il rischio climatico e ambientale. Tuttavia, nella maggior parte dei casi ciò avviene approssimando il rischio della controparte in base al suo settore di attività (NACE sector). Questo metodo, che molte banche usano per mancanza di informazioni dirette sulle controparti, si presta a severe limitazioni: è noto, infatti, che vi può essere una notevole eterogeneità, tra le imprese che appartengono allo stesso settore produttivo, in termini di esposizione al rischio di transizione, misurato ad esempio dalle “emissioni finanziate”. In mancanza di dati, è difficile sviluppare approcci più sofisticati e granulari alla misurazione del rischio di transizione.

L’inclusione dei fattori di rischio climatico e ambientale nella valutazione della adeguatezza patrimoniale (ICAAP) rimane nella maggior parte dei casi a livello qualitativo. Solo un quinto delle banche esaminate ha introdotto metodi per quantificare l’impatto di alcuni fattori climatici (emissioni di carbonio, dati sul rischio idro-geologico e localizzazione geografica) sui parametri relativi al rischio di credito (PD e LGD). Un quarto delle istituzioni, che utilizzano i modelli interni (IRB approach) per la misurazione del rischio, includono i fattori climatici in tali modelli.

Infine, nonostante i progressi fatti, solo un quarto delle banche esaminate include il rischio climatico come fattore da considerare in tutte le fasi del ciclo di gestione del rischio di credito: selezione, classificazione, monitoraggio, valutazione del collaterale, pricing (aspettativa 8). La maggior parte delle istituzioni ha introdotto criteri di esclusione, nella fase di selezione dei soggetti da finanziare, penalizzando i soggetti maggiormente esposti al rischio climatico/ambientale (generalmente sulla base del settore di attività o della localizzazione).

Passando dal livello europeo a quello domestico, una recente indagine della BI ci aiuta a valutare lo stato di avanzamento del sistema bancario italiano sul fronte del rischio climatico/ambientale. Complessivamente dall’analisi emerge che, nonostante cresca il numero di enti creditizi che ha avviato azioni per tenere conto del rischio climatico, per la maggiore parte delle banche (soprattutto quelle di minore dimensione) la considerazione dei fattori climatici non costituisce ancora una parte integrante della loro attività.

In particolare, solo il 13% delle banche intervistate tiene conto del rischio climatico (fisico e di transizione) nella gestione del portafoglio crediti, mentre l’80% si propone di farlo in futuro: indice di una diffusa consapevolezza del problema ma anche di un certo ritardo nell’implementazione delle soluzioni individuate (come già messo in evidenza nella TR della Bce). Le banche significative, anche su pressione della Guida BCE, sono più avanti delle altre su questo fronte; al contrario, il gruppo delle BCC è quello che ha accumulato il maggiore ritardo. Quanto al rischio di transizione, solo una piccola parte delle banche interpellate ha già raccolto informazioni sulle emissioni di gas serra delle controparti, mentre quasi tutte (90%) si propone di farlo in futuro. Anche da questa indagine, come dalla TR della Bce, emerge come un problema fondamentale nella valutazione del rischio di transizione sia la carenza di dati relativi alla “impronta di carbonio” delle controparti. Solo quattro banche dichiarano di conoscere l’intensità carbonica (emissioni di gas serra per ogni euro di credito) del loro portafoglio crediti, mentre la maggior parte (70% del campione) si propone di raccogliere questo tipo di informazioni in futuro con l’ausilio di un data provider esterno.

4. Stress test bancari

Nel corso del 2022, la BCE ha effettuato il primo stress test climatico su 104 banche significative della zona euro. La principale finalità dell’esercizio è stata la valutazione della capacità delle banche di effettuare internamente analisi di stress in relazione ai rischi climatici. In particolare, è stata testata la capacità delle banche di sviluppare un quadro di riferimento per l’analisi del rischio climatico, di stimare i diversi fattori di rischio climatico, di effettuare proiezioni in quest’area.

Alle banche è stato chiesto (attraverso un questionario) di fornire dati e informazioni qualitative, nonché di effettuare proiezioni sul rischio di credito sotto diversi scenari. L’esercizio non ha avuto alcun impatto quantitativo diretto sui livelli di capitale richiesti alle banche partecipanti, anche se il processo SREP ha tenuto conto dei risultati dello stress test, seppure a livello qualitativo: ad esempio, nel valutare la governance delle banche, l’incorporazione dei rischi climatici nella funzione di gestione del rischio, la capacità di raccogliere dati sui fattori di rischio climatici, l’allineamento alle aspettative di vigilanza. A valle dell’esercizio, la Bce ha inviato alle banche raccomandazioni e ha individuato delle best practices nella gestione degli stress test climatici da parte degli istituti di credito.

Lo stress test ha rivelato che, nonostante i progressi fatti, rimangono rilevanti problemi, carenza di dati e divergenze tra i diversi enti creditizi. Per questo motivo, la BCE si attende che le banche facciano significativi progressi su questo fronte nei prossimi anni. I rischi climatici sono molto presenti nel settore bancario. Basti pensare che il 60% del margine di interesse delle banche del campione è generato da imprese che appartengono ai 22 settori economici maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra. Il rischio di transizione appare dunque elevato e fortemente dipendente dai programmi delle controparti relativi alla transizione verso un assetto produttivo più sostenibile: è importante quindi che le banche instaurino un dialogo (engagement) con le imprese affidate per essere informate di questi piani. Anche il rischio fisico appare elevato per il settore bancario europeo, in relazione alla siccità, al riscaldamento globale e alla possibilità di inondazioni (rischio idrogeologico).

Sul fronte della preparazione delle banche, molte non hanno ancora incorporato il rischio di transizione nelle loro strategie relative al rischio di credito. Vista la notevole quota di reddito ancora legata a settori ad alta emissione di gas serra, sembra urgente accelerare su questo fronte. Inoltre, molte banche del campione (il 60%) non dispongono ancora di un quadro analitico ben delineato per effettuare stress test climatici. In particolare, molte di esse sono ancora all’inizio nel lavoro di incorporare i fattori di rischio climatico nei loro modelli di rischio di credito. La raccolta e l’elaborazione di dati relativi ai rischi climatici presenta ancora molte lacune. La mancanza di dati ricavabili direttamente dai documenti di rendicontazione delle controparti, relativi ad esempio alle emissioni di gas serra e all’efficienza energetica, induce molte banche a ricorrere a proxy, ricavabili ad esempio da informazioni settoriali.

Infine, nel dicembre 2022, la European Banking Authority ha pubblicato una nuova roadmap in cui delinea il percorso, seguito di recente e che seguirà nel prossimo futuro, nell’area dei rischi ESG. Questo documento, che aggiorna e sostituisce il piano d’azione sulla finanza sostenibile che la stessa EBA pubblicò nel 2019, può aiutarci ad individuare alcuni sviluppi che le banche si devono attendere sul piano regolamentare e di vigilanza. Com’è noto, il mandato dell’EBA prevede che essa, a valle della vasta produzione regolamentare della Commissione UE, emani implementing technical standards (ITS), linee guida e opinioni. I rischi ESG sono già stati incorporati in diverse linee guida dell’EBA, in particolare in quelle relative alla concessione e al monitoraggio dei prestiti, che raccomandano alle banche di includere i fattori ESG ed i rischi connessi nelle loro politiche di gestione del rischio di credito. La nuova roadmap copre diverse aree, tra le quali: trasparenza e market discipline, gestione dei rischi e stress test, trattamento prudenziale delle esposizioni.