Il dibattito sul disaccoppiamento tra prezzo dell’energia elettrica e prezzo del gas naturale si è intensificato negli ultimi anni, portando parte dell’opinione pubblica a mettere in discussione il funzionamento dei meccanismi di formazione dei prezzi nei mercati elettrici. Il presente lavoro analizza questo legame tra prezzi sfruttando l’introduzione delle aste quartorarie su MGP, oltre ad analizzare proposte di modifica al sistema di determinazione dei prezzi e a porre l’attenzione alla percezione da parte del consumatore finale del contributo delle rinnovabili e del percorso di transizione in atto.

Perché l’elettricità segue il gas?

Nei mercati elettrici europei il prezzo all’ingrosso si forma secondo il principio del marginal pricing: l’asta viene vinta dall’offerta più economica, ma tutti i produttori vengono pagati al prezzo dell’unità più costosa accettata — quella che chiude il mercato. In Italia, questa unità marginale è spesso una centrale a gas. Ne consegue che quando il gas diventa più caro, il prezzo dell’elettricità sale di pari passo, anche se gran parte dell’energia viene nel frattempo prodotta da fotovoltaico o idroelettrico, tecnologie con costo variabile prossimo a zero.

La correlazione non è però uniforme in tutta Europa. Nei Paesi dove le rinnovabili dominano il mix — Scandinavia, Spagna — il prezzo elettrico si è già parzialmente sganciato da quello del gas. In Italia il percorso è iniziato ma è ancora incompleto: il termoelettrico a gas rimane la tecnologia marginale più frequente, soprattutto d’inverno, quando la domanda aumenta e la produzione solare si riduce.

È possibile intervenire su questo legame? La risposta è sì, ma occorre distinguere tre tipi di azione: interventi tampone (come il recente DL Bollette), modifiche al disegno del mercato con effetti strutturali quasi immediati, e politiche di lungo termine che trasformano gradualmente il mix di generazione. La storia degli ultimi mesi offre esempi concreti di tutti e tre.

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