L’Indagine Cittadini dell’Acqua 2026 indica il futuro del servizio idrico non è inviso ai cittadini: non respingono il riuso, non negano l’importanza della depurazione avanzata, ne ignorano i rischi della scarsità. Anzi: esiste un terreno di consenso già disponibile, quando le sfide vengono collegate a sicurezza, salute, ambiente, e anche alle scelte individuali. In questa prospettiva, desiderare un servizio idrico migliore diventa un’aspirazione e la tariffa, incardinata in un miglioramento comunicato e escutibile, l’impegno concreto del cittadino nel mandato conferito ai gestori.

L’Indagine Cittadini dell’Acqua 2026, condotta a luglio dal Laboratorio REF, racconta di un’Italia non ostile all’evoluzione del servizio idrico,  ma mostra l’esistenza di uno spazio di consenso su cui costruire il futuro. Il servizio sta cambiando pelle orientandosi verso una maggior attenzione alla salute e all’ambiente, spinto dal cambiamento climatico e dalla necessità di adattarsi a esso, e i cittadini non guardano a questa evoluzione con diffidenza. Il consenso però resta fragile per tre ragioni: tante persone non sanno con precisione come funziona il sistema idrico, chi lo gestisce, cosa copre davvero la bolletta e chi decide le tariffe; l’esperienza del servizio e i desideri di miglioramento cambiano molto a seconda di dove si vive, se si riceve la bolletta direttamente o solo tramite il condominio, dell’età e del titolo di studio; la disponibilità a pagare qualcosa in più resta cauta, fermandosi per la maggioranza tra l’1 e il 5 per cento. Serve costruire un mandato consapevole agli investimenti, trasformando un consenso potenziale in consenso informato, raccontando per intero il ciclo dell’acqua.

Per molto tempo il servizio idrico è stato quasi invisibile: l’acqua arriva, si usa, sparisce nello scarico, e tra questi gesti quotidiani e il lavoro industriale e ambientale che li rende possibili resta un vuoto. Ne nasce un rapporto incompleto, fatto di poca conoscenza, fiducia distribuita in modo eterogena tra coorti di età e territori, soddisfazione positiva ma poco consapevole, e fatica a vedere nella bolletta anche lo strumento che finanzia un sistema complesso. Oggi questa distanza pesa di più, perché il servizio non porta solo acqua in casa: è diventato presidio di adattamento climatico, tutela della salute pubblica, fattore di sicurezza ambientale e snodo della transizione ecologica, e deve investire molto di più. La domanda centrale è se i cittadini siano pronti ad accompagnarlo in una fase di investimenti più impegnativa.

Alcuni numeri sulla percezione del servizio idrico

Il tipo di contratto fa già la differenza: chi ha un contratto diretto – ossia riceve la bolletta intestata personalmente, conosce meglio il gestore, ma è più severo nel giudizio. Sul totale il 38,4 per cento valuta il servizio sufficiente, il 33,9 buono e il 6 ottimo, ma tra chi ha un contratto diretto i giudizi positivi scendono al 37 per cento contro il 47,7 di chi ce l’ha indiretto, cioè la cui bolletta arriva mediata tramite le spese di condominio, mentre quelli negativi sono rispettivamente il 23,9 e il 15,6. Chi è esposto direttamente è più informato ma più esigente, mentre dove il rapporto è mediato dal condominio il servizio resta ai margini della vita quotidiana.

Sapere di cosa si parla resta un problema: solo il 49,2 per cento indica correttamente un’azienda pubblica, privata o mista come soggetto responsabile del serivizio; quindi, circa una persona su due non riconosce chi gestisce l’acqua nel proprio territorio. La conoscenza cresce con l’età e con la ricezione diretta della bolletta, che resta un punto di contatto informativo importante. Solo il 33 per cento sa che in bolletta rientrano anche gli interventi che permettono all’acqua di rigenerarsi senza danneggiare l’ambiente: la fornitura è visibile, la manutenzione delle reti intuibile, ma depurazione e controlli lo sono molto meno. Anche il costo è poco noto: il 52 per cento non sa quanto valga un metro cubo d’acqua, e il 16,7 non sa chi decida le tariffe.

Anche la geografia racconta esperienze diverse. Il servizio è valutato buono o ottimo dal 57,6 per cento delle persone residenti nel Nord Ovest e dal 54,9 nel Nord Est, ma solo dal 28,6 dei residenti nel Centro e dal 23,3 nel Sud; i giudizi negativi salgono dal 6,8 per cento del Nord Ovest fino al 35,3 del Sud. La fiducia segue lo stesso andamento. Dove il servizio è più solido, fiducia e soddisfazione crescono insieme; dove è più fragile, con razionamenti vissuti concretamente, il giudizio si incrina. Ne consegue che non serve una comunicazione uguale per tutto il paese: al Nord si può far leva sulla fiducia già costruita, al Centro-Sud bisogna partire dal disagio vissuto, con un linguaggio meno astratto.

La scarsità d’acqua è il tema attorno a cui il nuovo ruolo del servizio diventa più comprensibile: il 68,7 per cento si dichiara preoccupato per possibili problemi futuri nel proprio territorio, con i giovani più sensibili al rischio futuro e i territori già colpiti più ancorati al presente, tanto che tra chi ha già vissuto razionamenti la preoccupazione sale al 91 per cento contro il 69 della media. È una leva potente, ma va usata con cautela, trasformando il rischio percepito in mandato consapevole più che in paura.

Il riuso delle acque depurate è uno dei temi più delicati, perché risponde alla scarsità ma tocca sia il tema della sicurezza e sia quello della fiducia. L’apertura delle persone sul tema è ampia ma non ingenua: il 28,8 per cento considera il riuso utile contro la siccità, il 36,9 solo per usi non potabili, il 25,5 solo con controlli molto rigidi, per un totale di oltre nove persone su dieci favorevoli, in modo pieno o condizionato. Tra chi non si fida per niente del gestore, l’11 per cento non si fida nemmeno dell’acqua riusata: il riuso non incontra un muro culturale ma una richiesta di garanzie su dove, come e con quali controlli verrà usata.

Depurazione avanzata e riuso: accettazione e volontà di contribuire

Sui costi legati al riuso, il 31,7 per cento pensa debbano essere condivisi tra agricoltori, utenti, gestori e fiscalità generale, e il 58 per cento riconosce i benefici per l’intera collettività, ma questo non significa accettare che il costo ricada sulla bolletta.

Anche la depurazione avanzata mette alla prova la disponibilità a investire in benefici non visibili: il 79,9 per cento la ritiene importante pur senza un effetto percepibile dal rubinetto. Il tema dei microinquinanti conferma questa maturità: le nuove regole europee prevedono che almeno l’80 per cento dei costi di rimozione sia a carico delle aziende produttrici di farmaci e cosmetici, e il 68,5 per cento dei cittadini è d’accordo; sul restante 20 per cento dei costi, il 66,1 per cento delle persone pensa debba pagare lo Stato. I cittadini accettano il principio per cui chi inquina paga, ma faticano ad accettare che il costo residuo ricada sulla bolletta: la fiscalità generale resta lo spazio della responsabilità collettiva.

Trasformare la volontà di cambiare in cambiamento

Con la bolletta si arriva infatti al punto più delicato, dove il consenso potenziale deve diventare disponibilità concreta. L’atteggiamento è piuttosto prudente: il 34,5 per cento dei cittadini non accetterebbe alcun aumento in bolletta, ma la maggioranza non chiude la porta, con il 51,9 per cento disposto a un incremento tra l’1 e il 5 per cento, più spesso tra i giovani. Emerge un paradosso: la soddisfazione sostiene la disponibilità a pagare solo fino a un certo punto, perché un servizio già percepito come molto buono riduce l’urgenza di migliorarlo. La fiducia invece ha un legame più lineare: tra chi non si fida per nulla del gestore solo il 36,6 per cento accetterebbe un aumento, contro il 71,8 tra chi si fida molto. Il servizio che funziona rassicura, ma non basta a far crescere la voglia di investire: quella voglia nasce quando si comprende la distanza tra presente e sfide future, con motivazioni chiare su costi, responsabilità e benefici.

Non esiste un unico cittadino dell’acqua, e questo emerge chiaramente dall’indagine. I giovani conoscono meno il gestore ma sono più informati sulle tariffe, più preoccupati per la scarsità, più aperti al riuso e più propensi a pensare che lo Stato debba farsi carico dei costi ambientali. Gli anziani hanno un legame più concreto e domestico, attento alla bolletta. Chi ha un titolo di studio più alto comprende meglio la regolazione, è più favorevole al riuso e alla depurazione avanzata, e accetta più facilmente aumenti moderati.

Un gioco di distribuzione, sempre all’interno dell’indagine, ha chiesto ai cittadini di dividere idealmente 100 euro di nuovi investimenti tra quattro ambiti: siccità e riuso, depurazione avanzata, alluvioni e fognature, energia dal servizio idrico. È emersa una gerarchia chiara: 28,1 euro a siccità e riuso, 25,8 ad alluvioni e fognature, 25,7 alla depurazione avanzata e 20,3 all’energia, tema più lontano dalla sensibilità immediata. Il territorio conta anche qui: al Sud, dove la scarsità è già esperienza vissuta, la quota per siccità e riuso sale a 29,4 euro. I giovani puntano più sul rischio futuro, gli anziani sulla protezione concreta del territorio: fognature e alluvioni restano i temi più immediati, depurazione ed energia richiedono una mediazione informativa più forte.

Conclusioni

Ne emerge una conclusione operativa: prima di chiedere consenso, il servizio idrico deve costruirlo. Le persone devono capire il legame tra la loro esperienza quotidiana e l’infrastruttura invisibile, tra bolletta e ciclo dell’acqua, tra qualità di oggi e rischi di domani. Una comunicazione efficace dovrebbe essere concreta, partendo dall’esperienza vissuta nei territori; accessibile, traducendo i concetti in linguaggio comune senza banalizzarli; affidata a soggetti terzi e verificabili come istituzioni e autorità sanitarie sui temi più sensibili; capace di adattarsi ai diversi pubblici, perché la stessa informazione richiede forme diverse per essere compresa; e capace di raccontare una traiettoria futura, mostrando cosa cambia, perché, cosa succede se non si investe e chi paga secondo quali criteri di equità. Informare significa rendere comprensibile il miglioramento del servizio.

Esiste dunque già un terreno di consenso, soprattutto quando le sfide vengono collegate a sicurezza, salute, ambiente e responsabilità, ma non è ancora un mandato pieno: è un consenso potenziale, esposto a tre fragilità, una cognitiva, perché molti non conoscono ancora il servizio nella sua interezza, una territoriale, perché il Paese non vive lo stesso servizio idrico, e una economica, perché la disponibilità a pagare c’è ma resta prudente. Il compito delle istituzioni è trasformare queste fragilità in una nuova alleanza, fondata su conoscenza, trasparenza, equità e risultati, spostando il racconto dal presente verso il futuro. Desiderare un servizio idrico migliore può così diventare un’aspirazione ragionevole: non perché si debba volere una tariffa più alta in sé, ma perché, se equa e spiegata bene, può essere riconosciuta come lo strumento che garantisce sicurezza, salute e tutela dell’ambiente. Il nuovo mandato nasce quando i cittadini capiscono che il rubinetto è solo il punto più visibile di un sistema che deve cambiare, e che ha bisogno di cittadini informati, non solo di utenti soddisfatti.