A causa della cementificazione defluisce superficialmente oltre il 90% dell’acqua piovana, che finora il nostro Paese non ha considerato né un problema né una risorsa strategica.
Se le società del passato hanno guardato alle acque piovane soprattutto come una risorsa preziosa da conservare, oggi la situazione è decisamente mutata. Le conseguenze dei cambiamenti climatici – come precipitazioni concentrate in eventi brevi ed estremamente intensi – e la crescente impermeabilizzazione del suolo hanno trasformato le cosiddette acque di dilavamento in un elemento di forte rischio. E non solo, visto che a inondazioni e alluvioni si deve aggiungere anche il pericolo di possibili contaminazioni per i corpi idrici recettori. Un problema serio che va affrontato non solo in termini di quantità, ma anche di qualità.
Specialmente in un territorio come quello italiano, molto urbanizzato, la corretta gestione delle acque meteoriche diventa strategica. Le soluzioni devono essere pensate in funzione delle caratteristiche climatiche e idrologiche dei singoli territori. Nel nostro Paese, negli ultimi decenni, vi è stato un aumento del consumo di suolo apparentemente inarrestabile: nel solo 2022 sono andati persi 77 kmq di suolo agricolo o naturale, corrispondenti a circa 2,4 mq al secondo, in aumento del 10% rispetto al 2021. E il crescente uso del suolo con l’incremento delle superfici impermeabilizzate a scapito di quelle naturali amplifica gli effetti degli ormai frequenti fenomeni di precipitazioni estreme. Si calcola che in condizioni normali, in presenza di superfici con copertura vegetale, il deflusso superficiale arrivi al 20% del volume delle precipitazioni. Al contrario, nel caso di superfici impermeabilizzate, defluisce superficialmente oltre il 90% dell’acqua piovana.
Ma non solo. Come si ricordava poc’anzi, le acque meteoriche che dilavano le superfici urbane portano con sé contaminanti di vario tipo, primi tra tutti quelli derivanti dal traffico (da gas di scarico, perdite di olio, usura di pneumatici e asfalto), dal deposito atmosferico (combustione di carburanti fossili, emissioni industriali), da attività ed eventi di vario tipo (es. rifiuti abbandonati, pesticidi). Tali contaminanti sono in crescita e generalmente associati al particolato solido ma si possono trovare anche in forma disciolta, quindi difficile da rimuovere mediante i sistemi di trattamento più comunemente usati per le acque di dilavamento stradali. A questo si devono aggiungere i rischi per la qualità delle acque legati agli inquinanti emergenti, quali le microplastiche.





