Serve un insieme articolato di misure da attivare congiuntamente, ma non viene realizzato perché manca la pianificazione, tanto di area vasta quanto di lungo termine.
Il clima è cambiato: questo è un fatto. Gli eventi estremi stanno divenendo una tragica ricorrenza. Anche in Italia tocchiamo con mano questa estremizzazione con fenomeni di abbondanza e scarsità d’acqua. A meno di diciotto mesi dalle alluvioni del 2023, Emilia-Romagna e Toscana si trovano nuovamente a fronteggiare eventi i cui tempi di ritorno si era abituati a quantificare nell’ordine delle centinaia d’anni. Al contempo, a poche centinaia di chilometri di distanza, diversi territori del nostro Mezzogiorno affrontano un contesto di siccità severissima.
Ciò che sino a qualche anno fa si prospettava come possibile evoluzione dello “scenario” è ormai assurto a tragica “cronaca”: non più “il clima che sarà” ma “il clima che è”.
Il cambiamento climatico è pervasivo: non solo fenomeni “macro”, come alluvioni e siccità, ma anche un tessuto di fenomeni secondari e nascosti, comunque risultanti in una minaccia per il benessere delle persone. Per citarne due, si segnalano ad esempio i rischi nutrizionali legati ai danni all’agricoltura o i rischi per la salute causati dalle ondate di calore nella popolazione anziana.
In questa prospettiva la pianificazione e le infrastrutture divengono pilastri necessari su cui costruire una strategia di resilienza: adattamento e mitigazione sono le dimensioni al centro del cambio di paradigma per affrontare il “nuovo mondo” che stiamo imparando a conoscere, inserite in un quadro strategico e condiviso in grado di trasformare la “risposta emergenziale” in “azione preventiva” (si veda il Position Paper n. 267). Dunque, non più solo azioni urgenti in risposta all’emergenza, ma una nuova strategia basata sull’analisi del rischio climatico – presente e prospettico – e degli impatti del cambiamento climatico sulle persone, sul territorio e sulle attività produttive. Una roadmap per l’adattamento dei territori al clima che cambia. Studiare le emergenze per identificare gli anelli più deboli del sistema infrastrutturale, utilizzare un quadro di misurazioni e azioni ad ampio spettro per individuare le risposte di adattamento, come codificato da OECD, IPCC e dalla Commissione Europea: occorre partire da qui.





